Menfi (Ag), Agosto 2015.
Sono le 13:30 di una bollente giornata di piena estate siciliana. Mi trovo a Menfi, dove ho appena concluso una intensa mattinata di sopralluoghi e, stanco morto, accaldato ed affamato mi dirigo verso il mare per trovare un po' di refrigerio in una brioche fragola e limone. La strada, in pessime condizioni, è in discesa, stretta e piena di curve; io vado molto piano, sia per sicurezza che per godermi il paesaggio. La radio è spenta: sono talmente stanco che non mi dispiace percepire come unici rumori quello del motore ai bassi regimi e dell'attrito delle gomme sull'asfalto. Curva dopo curva sono sempre più vicino al mare. Ad un tratto, da dietro una curva, vedo una Fiat 126 rosso fuoco, nessun accenno di frenata, nessun accenno di sterzata: dritta davanti a me. Io sterzo a destra per cercare di evitare l'inevitabile impatto, mentre la 126 prosegue dritta, senza esitazioni. Una scena a rallentatore, entrambi non superavamo i 30 Km/h, entrambi increduli di ciò che sarebbe successo negli istanti seguenti: scontro frontale. La velocità molto ridotta mi aveva permesso di gustare per intero tutta la scena e di avere il tempo di esclamare: “ma che caxxx...”. Immediatamente un rumore sordo di metallo e vetro, poi il silenzio. Lo zaino con l'attrezzatura fotografica, che al contrario di me non indossa la cintura, è solo caduto dal sedile ed io non mi sono fatto nulla. La mia attenzione va immediatamente all'unica occupante della 126 rosso fuoco: una signora avanti con l'età, capelli bianchi, occhi vispi. La vedo seduta al posto di guida, immobile. Mi preoccupo, scendo dall'auto e mi affretto a guardare dentro l'abitacolo per verificare le condizioni della signora: trovo una donna fiera, con le mani sul volante ed un'auto carica di bidoni pieni d'acqua. Non ho il tempo di chiederle se si era fatta male che lei, dopo essersi affrettata a scusarsi per quel momento di distrazione, materna come tutte le donne del sud, si era già preoccupata delle mie di condizioni. Dovetti saltellarle davanti per dimostrarle che ero sano. Dimostrata la mia condizione, riesco finalmente a chiederle se stava bene e, porgendole una bottiglietta d'acqua che avevo con me, se volesse bere. Prontamente mi dice che sta bene e, afferrando uno dei bidoni più piccoli, che da bere ne ha in abbondanza. Finalmente riesco a convincerla a scendere dall'auto, posizionata malamente in piena curva e, fatte velocemente le foto del sinistro e spostate le auto da quella pericolosa posizione, la convinco a chiamare un parente per aiutarla nella parte burocratica relativa al sinistro. Durante l'attesa, le faccio i complimenti per la forza che una signora della sua età aveva dimostrato in una situazione come quella. Lei mi guarda teneramente e sorridendo mi dice una di quelle frasi di circostanza: “Con quante ne ho passate nella mia vita...una cosa come questa è niente”. Le rispondo con un sorriso e attendo figlio e nipote. Risolta la faccenda burocratica, saluto tutti e, con l'auto un po' malconcia, mi dirigo verso casa.
Una storia strana ma non troppo, una situazione come tante, se non fosse stato per quel cognome che già avevo sentito da qualche parte. Non quello da nubile che compariva sulla patente della signora, ma quello del figlio: un cognome che, dopo una breve ricerca, mi fece comprendere a cosa si riferisse quella donna quando parlava di ciò che aveva passato.
Il cognome è Guazzelli. La signora della 126 rossa era la moglie di Giuliano Guazzelli, il "Mastino" Guazzelli.
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giovedì 7 aprile 2016
mercoledì 15 luglio 2015
Mercoledì 15 Luglio. Ospedale Civico. Padiglione 24.
La sala d’attesa del piano terra di questo nuovo, orribile ma funzionale edificio è il posto ideale per navigare dentro la mia testa.
Trattandosi di un giorno festivo non c’è letteralmente nessuno, tranne il portiere che se ne sta fuori a fumare una sigaretta dietro l’altra ascoltando i parenti di qualche ricoverato che gli raccontano la situazione di salute del proprio caro. Davanti a me tanto ordine: le sedie vuote, il pavimento pulito, l’aria condizionata ad una temperatura perfetta.
Sono ormai parecchi mesi che non scrivo nulla ma, vi assicuro, gli spunti non sono mancati. Ciò che è mancata è stata la voglia, o meglio il desiderio di condividere. E’ stato un periodo pieno, intenso, difficile, ricco di cambiamenti sul lavoro e nella vita personale; è stato un periodo come tanti altri. Ciò che ho fatto in questi mesi, relativamente a ciò che ho scritto nei precedenti post, è stato chiedermi perché li avessi scritti. Sapevo di averlo fatto per necessità, ma non riuscivo più a trovare quello stesso stimolo che avevo provato in passato. Ancora peggio, rileggendo quei post mi sono sentito anche un po’ ridicolo. Ancora di più mi sono imbarazzato per la franchezza, per la sincerità, per il trasporto usato nello scrivere alcune cose.
Pochi giorni fa’ lo stimolo perduto è tornato e l’imbarazzo è passato, mi è tornata la voglia di raccontare i fatti miei, perché ho bisogno di farlo, ho bisogno di uno sfogo che non sia solo quello della fotografia. Ho bisogno di parole.
Tale bisogno si scatena dall’accumulo di emozioni, di tensioni, di responsabilità, di paure, che ho accumulato nel tempo e che si sono manifestate in un pianto pieno, gonfio, con lacrime che sgorgavano copiose durante un breve tragitto in moto fatto poche mattine fa dall’aeroporto fino a Palermo. Tutto è nato da un pensiero che posso definire estremamente “naturale”, e cioè che voglio bene a mio padre e mia madre, che senza di loro non sarei stata la persona che sono e che non sarebbe stato possibile avere genitori migliori. Pensata questa cosa sono scoppiato in lacrime, consapevole che gli anni passano e si io, grazie anche a loro, sono cresciuto, ho imparato a gestire tante situazioni, sono maturato…ma loro invecchiano, inevitabilmente.
Adesso chiudo queste poche righe con qualche lacrima, spengo il computer e vado a mangiare qualcosa con mia madre. Finalmente, dopo un’attesa di qualche ora, hanno ricoverato per l’ennesima volta mio padre.
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giovedì 9 ottobre 2014
C'era una volta...
C’era una volta una spiaggia, 5,6 Km di spiaggia dorata, delimitata dal blu del mare da una parte e da una verdeggiante pineta dall’altra. Sulla spiaggia si vedevano soltanto alcune case di pescatori, le barche colorate a riva o in mezzo al mare e il fervido lavoro dei pescatori.
Un giorno qualcuno decise che proprio alle spalle di quella spiaggia, al posto della pineta, bisognava costruire un’autostrada che unisse la città all’aeroporto. Qualcun altro pensò che forse sarebbe stato utile nascondere quella bella spiaggia alla vista di chi passava dando il permesso di costruire case a più piani proprio sulla sabbia dorata. Molte persone riuscirono ad esaudire il loro sogno di un “villino” sulla spiaggia, consapevoli del fatto che, non esistendo una rete fognaria, i loro figli avrebbero fatto il bagno nei propri escrementi e in quelli dei vicini, consapevoli (?) che ogni grammo di cemento che veniva gettato sulla sabbia dorata sarebbe stato pagato a caro prezzo dalle generazioni del prossimo futuro.
I pescatori non furono contenti. Essendo ormai quel mare inquinato e privo di fauna, non potevano più pescare e molti di loro andarono via dalla spiaggia. Niente più barche, niente più pescatori, niente più pineta e spiaggia. Solo cemento e asfalto e bambini urlanti che nuotano nella loro cacca.
Un bel giorno di troppo poco tempo fa qualcuno finalmente si indignò del fatto che il mare inquinato era nascosto alla vista, che i bambini facevano il bagno nella cacca, che i pescatori erano spariti. Così si decise che ogni centimetro di cemento abusivo doveva essere demolito, che il sogno del “villino” sulla spiaggia doveva essere strappato via a quella gente così ignorante da non comprendere il danno fatto. Alcuni di loro rimangono tutt’oggi attaccati al loro sogno e durante i mesi estivi è possibile vederli vagare tra le macerie e l'immondizia, come fantasmi che non riescono a liberarsi dal luogo della loro morte.
Purtroppo la storia del Lungomare Cristoforo Colombo di Carini non ha avuto ancora un lieto fine. Le demolizioni sono cominciate da parecchi anni, piano piano il mare ricompare davanti agli occhi della gente. Anche se ci vorranno ancora molti anni, quei 5,6 km dorati torneranno a risplendere, prima o poi.
Foto tratta da 5,6 Km.
Attualmente esposta (fino al 2 Novembre 2014) all'interno della collettiva ISOLA.
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venerdì 22 agosto 2014
Estate 2014 (?)
I vulcani sono luoghi molto particolari. Puoi arrivare sulla cima insieme a centinaia di persone, con guide espertissime, con la tua fidanzata, con la tua amante brasiliana o con i tuoi migliori amici ma, vicino come non mai contemporaneamente al centro della terra e al cielo, non puoi fare a meno di essere solo. Ci si sente soli in modo positivo, ci si rende banalmente conto di quanto siano piccole le nostre vite, i nostri problemi, tutto quanto prende una dimensione diversa, tutto diventa più leggero.
Io sono salito due volte sull'Etna (l'ultima i primi di agosto 2014) e una volta sulla cima dello Stromboli (da Ginostra e non dal lato di Stromboli - molto più difficile oltre che illegale, era il luglio del 2009). Pochi mesi dopo lo Stromboli mi trovai a rileggere "Viaggio al centro della Terra" di Jules Verne, un viaggio fantastico che comincia da un vulcano islandese e termina proprio con la fuoriuscita dei protagonisti del romanzo, dallo Stromboli. Le sensazioni provate sulla cima dello Stromboli (poi parzialmente rivissute sull'Etna) e la rilettura del romanzo di Verne, con occhi più maturi rispetto alla prima volta che lo lessi, mi diedero una spinta che non so spiegare. Ero all'inizio di un periodo di grandi cambiamenti, e quella montagna di fuoco in mezzo al mare mi diede una spinta incredibile.
Credo capiti a tutti, senza dovere per forza salire sulla cima di un vulcano - esperienza che comunque consiglio vivamente, di ripensare alle scelte fatte, alle decisioni prese, alle persone frequentate: amate, odiate, desiderate, offese, rifiutate. Credo capiti a tutti di ripercorrere la propria vita: ciò che si è fatto, ciò che non si è fatto e che si sarebbe voluto fare o, ancora peggio, ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto.
Per fortuna, sin da piccolo, sono sempre stato uno risoluto, non mi sono mai (o quasi mai) pentito delle mie scelte, delle decisioni prese, non perché tutte le scelte fossero corrette, ma semplicemente perché ho sempre ragionato con la mia testa su ogni decisione, consapevole di possibili vantaggi, eventuali rischi e criticità da dovere affrontare. Forse in parte mi posso essere pentito di qualche amicizia o di qualche relazione, ma si tratta di esperienze che poi mi hanno permesso, dopo averle digerite, di non ricadere in situazioni "spiacevoli".
In breve, si può dire che la mia consapevolezza della legge per cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, è elevatissima.
L'estate 2014, l'estate che non c'è stata per diverse motivazioni, sarà alla base di una serie di nuove decisioni importanti. Prendere decisioni, e mi scuso per il gioco di parole, non è una cosa che si decide. Almeno per la mia esperienza, si tratta di un bisogno fisico, una necessità per far si che la mia testa ricominci a elaborare senza intoppi causati da troppe informazioni di cui una parte non più importanti, un po' come formattare un computer facendo un backup delle cose importanti o come riscrivere un curriculum eliminando informazioni superflue.
L'ultima volta che ho avuto bisogno di prendere decisioni importanti mi è capitato nell'arco di tempo tra l'incidente del 27 luglio 2007 e l'estate successiva, quella del 2008. Anche in quell'occasione tutto accadde in maniera naturale, senza sforzi. Cambiai un po' di cose, come il lavoro, ma cambiai soprattutto il mio modo di vedere il mondo. Oggi sono fiero di quei cambiamenti.
Però ogni cambiamento, ogni esperienza di crescita, di miglioramento deve, per forza di cose, portare ad altri cambiamenti, così da permetterci di crescere ancora, di migliorarci ulteriormente. Così questa insulsa estate 2014 mi sta mettendo dei grilli per la testa. Più che altro mi sta facendo prendere coscienza che alcune esperienze maturate in questi anni (intendo cose fatte, persone conosciute...tutto) meritano una continuità, altre cose vanno troncate, eliminate, digerite.
giovedì 17 aprile 2014
Viva il vino - vedo la gente "bella"
Premessa:
Pregasi invidiosi, maligni e mal pensanti di astenersi dalla lettura di questo post.
Questo è il primo post in cui parlerò in maniera diretta del mio lavoro e, in particolare, di una fetta di persone che gravitano attorno alla mia vita lavorativa. È un post delicato, molto delicato, per il fatto che, di sicuro, molti lo leggeranno come una grande, enorme, mastodontica leccata di culo. Ebbene, lo è. No, scherzo, non è vero. Per questo dubbio di interpretazione è da giorni che penso se scriverlo o meno, e adesso, ore 6:39 del 17 aprile 2014, ho deciso, me ne frego di chi pensa male. L'unica accortezza che userò sarà, da buon siciliano, quella di non fare nomi.
Tutto comincia quando, nel 2009, vengo contattato da E.M.G. (chi lo conosce comprende la mia necessità di usare tutte queste lettere puntate), export manager con il pallino della comunicazione, di una importante azienda italiana che si occupa di vino, che mi commissiona una serie di operazioni video e fotografiche che segneranno in maniera profonda la mia futura vita professionale. Quello di questo primo progetto è un periodo intenso, in cui mi confronto con una realtà nuova e conosco, oltre a E.M.G. di cui sopra, persone straordinarie: l'enologo e surfista australiano amante delle vecchie Fiat 500, il capo dell'azienda con la passione profonda per il mondo del teatro, la gente che lavora in vigna ed in cantina, ognuna con le sue particolarità. Questi primi progetti diventano un passpartout per aprire le porte di un mondo, quello del vino, estremamente variegato, ricco di storia, di tradizioni...e di una percentuale personalissima che per non esagerare ho tenuto all'80%, di “persone belle”. In questi anni mi sono confrontato con padroni di azienda con scorze dure e cuori d'oro, con un responsabile marketing/produzione/logistica/chefaanchegrafica che lavora giorno e notte senza tregua, con enologhe femmine diventate attrici consumate, con giovani donne che prendono saldamente le redini della loro azienda, e potrei continuare a lungo.
L'esperienza che mi ha definitivamente convinto della correttezza di questa percentuale altissima è stata quella del Vinitaly appena terminato. A Verona ho incontrato contemporaneamente tutte le persone con cui da anni mi confronto. Le ho viste tutte insieme, tutte nello stesso luogo (ovviamente ognuna nel proprio stand), durante tre giorni intensissimi di lavoro. Soprattutto ho finalmente avuto modo di conoscere una serie di persone con cui avevo lavorato, fino al Vinitaly, solo attraverso le mail, Skype, il telefono. L'averle viste in carne ed ossa (in un caso carne, ossa e gesso), è stato utile, ha reso possibile, per quel che mi riguarda, aggiungere dei tasselli a relazioni professionali che sempre più si fondono con sane, belle e soddisfacenti relazioni umane.
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