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mercoledì 15 luglio 2015

Mercoledì 15 Luglio. Ospedale Civico. Padiglione 24.



La sala d’attesa del piano terra di questo nuovo, orribile ma funzionale edificio è il posto ideale per navigare dentro la mia testa.

Trattandosi di un giorno festivo non c’è letteralmente nessuno, tranne il portiere che se ne sta fuori a fumare una sigaretta dietro l’altra ascoltando i parenti di qualche ricoverato che gli raccontano la situazione di salute del proprio caro. Davanti a me tanto ordine: le sedie vuote, il pavimento pulito, l’aria condizionata ad una temperatura perfetta.

Sono ormai parecchi mesi che non scrivo nulla ma, vi assicuro, gli spunti non sono mancati. Ciò che è mancata è stata la voglia, o meglio il desiderio di condividere. E’ stato un periodo pieno, intenso, difficile, ricco di cambiamenti sul lavoro e nella vita personale; è stato un periodo come tanti altri. Ciò che ho fatto in questi mesi, relativamente a ciò che ho scritto nei precedenti post, è stato chiedermi perché li avessi scritti. Sapevo di averlo fatto per necessità, ma non riuscivo più a trovare quello stesso stimolo che avevo provato in passato. Ancora peggio, rileggendo quei post mi sono sentito anche un po’ ridicolo. Ancora di più mi sono imbarazzato per la franchezza, per la sincerità, per il trasporto usato nello scrivere alcune cose.

Pochi giorni fa’ lo stimolo perduto è tornato e l’imbarazzo è passato, mi è tornata la voglia di raccontare i fatti miei, perché ho bisogno di farlo, ho bisogno di uno sfogo che non sia solo quello della fotografia. Ho bisogno di parole.

Tale bisogno si scatena dall’accumulo di emozioni, di tensioni, di responsabilità, di paure, che ho accumulato nel tempo e che si sono manifestate in un pianto pieno, gonfio, con lacrime che sgorgavano copiose durante un breve tragitto in moto fatto poche mattine fa dall’aeroporto fino a Palermo. Tutto è nato da un pensiero che posso definire estremamente “naturale”, e cioè che voglio bene a mio padre e mia madre, che senza di loro non sarei stata la persona che sono e che non sarebbe stato possibile avere genitori migliori. Pensata questa cosa sono scoppiato in lacrime, consapevole che gli anni passano e si io, grazie anche a loro, sono cresciuto, ho imparato a gestire tante situazioni, sono maturato…ma loro invecchiano, inevitabilmente.

Adesso chiudo queste poche righe con qualche lacrima, spengo il computer e vado a mangiare qualcosa con mia madre. Finalmente, dopo un’attesa di qualche ora, hanno ricoverato per l’ennesima volta mio padre.



giovedì 9 ottobre 2014

C'era una volta...





















C’era una volta una spiaggia, 5,6 Km di spiaggia dorata, delimitata dal blu del mare da una parte e da una verdeggiante pineta dall’altra. Sulla spiaggia si vedevano soltanto alcune case di pescatori, le barche colorate a riva o in mezzo al mare e il fervido lavoro dei pescatori.

Un giorno qualcuno decise che proprio alle spalle di quella spiaggia, al posto della pineta, bisognava costruire un’autostrada che unisse la città all’aeroporto. Qualcun altro pensò che forse sarebbe stato utile nascondere quella bella spiaggia alla vista di chi passava dando il permesso di costruire case a più piani proprio sulla sabbia dorata. Molte persone riuscirono ad esaudire il loro sogno di un “villino” sulla spiaggia, consapevoli del fatto che, non esistendo una rete fognaria, i loro figli avrebbero fatto il bagno nei propri escrementi e in quelli dei vicini, consapevoli (?) che ogni grammo di cemento che veniva gettato sulla sabbia dorata sarebbe stato pagato a caro prezzo dalle generazioni del prossimo futuro.

I pescatori non furono contenti. Essendo ormai quel mare inquinato e privo di fauna, non potevano più pescare e molti di loro andarono via dalla spiaggia. Niente più barche, niente più pescatori, niente più pineta e spiaggia. Solo cemento e asfalto e bambini urlanti che nuotano nella loro cacca.

Un bel giorno di troppo poco tempo fa qualcuno finalmente si indignò del fatto che il mare inquinato era nascosto alla vista, che i bambini facevano il bagno nella cacca, che i pescatori erano spariti. Così si decise che ogni centimetro di cemento abusivo doveva essere demolito, che il sogno del “villino” sulla spiaggia doveva essere strappato via a quella gente così ignorante da non comprendere il danno fatto. Alcuni di loro rimangono tutt’oggi attaccati al loro sogno e durante i mesi estivi è possibile vederli vagare tra le macerie e l'immondizia, come fantasmi che non riescono a liberarsi dal luogo della loro morte.


Purtroppo la storia del Lungomare Cristoforo Colombo di Carini non ha avuto ancora un lieto fine. Le demolizioni sono cominciate da parecchi anni, piano piano il mare ricompare davanti agli occhi della gente. Anche se ci vorranno ancora molti anni,  quei 5,6 km dorati torneranno a risplendere, prima o poi.


Foto tratta da 5,6 Km.
Attualmente esposta (fino al 2 Novembre 2014) all'interno della collettiva ISOLA.

lunedì 24 febbraio 2014

Al più B.

Premessa “Al più B”.

Non so di preciso a cosa o a chi possa servire ciò che racconto, se non a me stesso. Certo, mi piace pensare, facendo un lavoro che si basa sulle immagini, che a qualcuno possa interessare, leggendo ciò che scrivo, comprendere meglio i miei processi mentali per leggere con maggiore “profondità” la mia attività da fotografo. 
In realtà credo sia più semplice, più vicina alla realtà una seconda ipotesi, e cioè che magari, leggendo dentro la mia testa, a qualcuno venga voglia di guardare le mie foto, e già questo sarebbe un risultato da non sottovalutare.
Uso questo spazio come farei, credo, se mi trovassi ad andare da uno psicologo o meglio da uno psichiatra per farmi psicanalizzare. Certo, non conosco la psichiatria così da dire con sicurezza su quali linee muovere ciò che racconto, semplicemente gioco a far finta che il mio psichiatra immaginario mi abbia chiesto di raccontare ad ogni mia seduta quello che ho voglia di ricordare prendendo spunto a caso dal passato più lontano e da quello più vicino oppure, in alternativa, che mi abbia spinto a tirar fuori i miei sogni, ciò che desidero per il mio futuro a partire dalle prossime ore fino ad arrivare ai prossimi "x" anni.
Credo che questa breve premessa sia legata al fatto che in effetti non ho idea del perché esista questo spazio e, soprattutto, del motivo per cui sento la necessità, e la sento fortissima, che conoscenti, estranei, clienti, collaboratori, follower di ogni social network, amici, ex amici, nemici, ex nemici, parenti, serpenti, fidanzata, ex fidanzate possano guardare dentro i miei ricordi, dentro i miei sogni in modo così diretto. È chiaro che, per evitare fraintendimenti con amici, parenti e fidanzata, alcune delle categorie sopraelencate, a diversi livelli, già possiede le chiavi per accedere a ricordi e sogni.


Postilla alla premessa che è anche la premessa al post “Al più B”.

Per chi è riuscito a leggere fino a questo punto, ritengo doveroso dire che la premessa già soddisfa il mio desiderio di raccontare qualcosa. Pur non di meno, mi sento costretto dal mio psichiatra immaginario a raccontare cosa è, o meglio cosa fu, “Al più B”.


“Al più B”.

Credo che ognuno possegga una sua coperta di Linus o meglio qualcosa che lo faccia sentire al sicuro, protetto. Io, in tal senso, ho diversi oggetti che si potrebbero paragonare ad una coperta di Linus, diverse “cose” che mi appartengono da quando esisto al mondo. Non mi ritengo una persona attaccata alle cose, ma ad alcune cose si. Questo perché mi capita spesso di conservare i miei ricordi negli oggetti. Ad esempio i maglioni di lana. Ecco, prendendo in mano un vecchio maglione, lo annuso, lo sfioro, ne leggo l'etichetta e ritorno rapidamente all'anno in cui quello è stato acquistato o regalato, ad occasioni in cui l'ho adoperato, rivivo stati d’animo, pensieri, paure, ma anche situazioni ben precise con persone, date e luoghi precisi: esami, giorni normali, pranzi a casa con i miei genitori e mia sorella, colleghi dell'Università, file alla posta, passeggiate. Potrei continuare all’infinito, ma credo di aver chiarito abbastanza cosa intendo dire.
Oltre questi oggetti, come coperta di Linus, ho scoperto che per me sono terapeutici i luoghi che conservano la loro stessa storia, e se si tratta di una storia che va dalla fine degli anni ’60 fino alla fine degli anni ’80, per me è il top, lì mi sento al sicuro. Sono nato e cresciuto a Palermo, in una casa che si trova al tredicesimo piano di un palazzone costruito intorno (credo) alla metà degli anni ’70 in via Giovanni Campolo, 92. È chiaro che questo è uno dei luoghi del mondo che mi da quella sensazione di sicurezza di cui sopra. 
In realtà uno degli elementi di questo edificio che oggi ritengo più interessanti da raccontare è il bar accanto la portineria, il bar “Al più B”, del signor Santo, Santo Sorrentino. 
Questo bar era il luogo di passaggio tra la vita fuori casa e quella dentro casa, tra lo stress infantile per la scuola e la serenità della mia camera, tra l’umidità e la pioggia ed il caldo rassicurante della cucina di casa. Era il luogo dove compravo la merenda, dove mi conoscevano tutti perché mi avevano conosciuto in carrozzella, dove a volte insieme alla mia famiglia si pranzava perché c'era anche una piccola zona ristorante. I banconi erano di legno scuro e lucido con i piani in alluminio satinato dall’usura, il pavimento di un finto cotto scuro a forma di esagoni. Ricordo il profumo della rosticceria, le vetrate del locale appannate, i banconisti, la moglie del signor Santo alla cassa, il retro con il telefono a gettoni accanto ai bagni. 
Ho vaghi ricordi anche della figlia del proprietario, di cui non ricordo il nome di battesimo, che mi ha anche fatto da baby sitter per un certo periodo. Ricordo questo posto a tutte le mie età, da quando ho memoria fino a quando, negli anni '90, ha chiuso ed è diventato un ristorante cinese.
I luoghi cambiano uso, gli oggetti si rompono, si esauriscono, smettono di esistere, ma la memoria non smette mai di renderli presenti, pronti a regalarti una piccola emozione.